Casa, tre imposte nella service tax

13 ottobre 2008

da ilsole24ore

L’Ici sulla prima casa non verrà reintrodotta. Ai Comuni verrà destinato il gettito della nuova “service tax”, secondo la terminologia tremontiana, o tassa per i servizi, come preferisce chiamarla Roberto Calderoli. Sono i due principi che potrebbero trovare ingresso nella nuova “bozza” con cui il ministro per la Semplificazione spera di spazzare le polemiche che hanno attraversato la maggioranza negli ultimi giorni. E che hanno provocato «l’irritazione» della Lega come è emerso nell’incontro di ieri presso la sede milanese di Via Bellerio alla presenza di Umberto Bossi.
In vista della dead line di giovedì, quando Calderoli incontrerà una rappresentanza dei governatori e porterà il testo del Ddl in Consiglio dei ministri per un esame preliminare – almeno stando a quanto dichiarato dal suo collega dell’Interno, Roberto Maroni, che ha poi definito il federalismo «una vera e profonda riforma dello Stato» –, i contorni del provvedimento si fanno più definiti. A partire dalla futura tassa sulla casa. Che non sarà più l’unica forma di prelievo immobiliare, come annunciato in un primo momento, ma che resterà comunque la principale fonte di gettito per i municipi.
A rientrarvi dovrebbero essere l’Ici sulla seconda casa o sulle altre tipologie di immobili per cui oggi viene versata – mentre la prima casa continuerà a essere esente come ha ricordato anche ieri il sindaco di Milano Letizia Moratti –, la quota di Irpef sui redditi fondiari e l’imposta ipotecaria e catastale. Che, tradotto in termini di gettito, significherebbe circa 18 miliardi di euro destinate a finanziare le funzioni fondamentali dei Comuni. Continuerebbe a vivere di vita propria, invece, quella di registro. In attesa magari di essere destinata alle Città metropolitane (che saranno nove visto che verrà eliminato il limite di 350mila abitanti fissato in origine e che escludeva Venezia e Bari).
Per legare l’imposizione alle prestazioni erogate, come più volte ribadito da Calderoli, il nuovo tributo potrebbe prendere in considerazione non solo il valore dell’immobile ma anche il numero di soggetti che materialmente usufruiscono dei servizi pubblici.
La “service tax”, intanto, ha attirato anche l’attenzione del Pd. Espressa tramite i dubbi dell’ex vicepremier Francesco rutelli che al Tg1 ha chiesto «che tassa è» e «chi la paga». O le critiche del capogruppo al Senato, Anna Finocchiaro, che la definita «una tassa erga omnes, che verrà pagata da tutte le famiglie, non solo da quelle proprietarie di immobili».
Giovedì se ne dovrebbe sapere di più anche sulla partita più grossa in chiave di federalismo fiscale: quale tributo sarà devoluto alle Regioni per coprire integralmente le spese per assistenza, istruzione e sanità. Dopo che il ministro Raffaele Fitto ha respinto la possibilità che passi dal centro alla periferia tutto o gran parte del gettito Irpef, si riparte dal punto di partenza: l’intera Irap più compartecipazione e addizionale Irpef (nella quota più corposa possibile) e compartecipazione all’Iva. In attesa di capire come e quando sostituire l’Irap.
Regioni che, dal canto loro, dovranno farsi carico della parte più sostanziosa della riforma. Cioè cominciare a ragionare in termini di costi standard e non più di spesa storica. Una scelta che, come dimostrato da una simulazione elaborata dal Centro studi Sintesi e pubblicata sul Sole-24 Ore di ieri, dovrebbe significare tagliare le uscite in media del 15 per cento. Ma a cui i governatori, sia del Nord che del Sud, si dicono pronti.
Ribadendo di aver trovato «una situazione di partenza drammatica» e confidando di aspettarsi «anni difficilissimi davanti», il presidente della Regione Calabria (dove la riduzione dovrebbe essere del 24,4%), Agazio Loiero, si dice certo che la sua amministrazione farà la propria parte. Ad esempio applicando alla lettera il «piano sanitario di lacrime e sangue» che è stato varato di recente.
Ma pronto è anche il Veneto, dove il gap tra spesa storica e costi standard è del 9,1 per cento. «Sapremo dove tagliare», assicura il presidente Giancarlo Galan. Che ne approfitta per chiedere al ministro Calderoli di «fare le cose più semplici possibili» . E cioè «impostare la riforma sull’asse Stato-Regioni». Da un lato, eliminando le Province, perché «più si moltiplicano i soggetti più la vedo male»; dall’altro, tenendo dentro i territori a statuto speciale. Preoccupandosi, infine, di fare presto. «Che riforma è una riforma che dura 10 anni?», è la provocazione di Galan.

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